A Pianura il Villaggio costruisce ponti

A Pianura il Villaggio costruisce ponti

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«Cos’è il Villaggio? È il motivo che ci spinge a restare. Il nostro quartiere è spoglio, vuoto, mentre il Villaggio è ricco. Ricco di stimoli e di possibilità. Ricco di persone che credono in quello che fanno». E donne e uomini appassionati del loro lavoro e Carla sa quanto siano preziosi. «Quando ho sentito che apriva il Villaggio per Crescere per me è stato un sollievo. Perché qui non c’è nulla. Nulla in generale e ancora meno per i bambini come Giacomo, perché quando non si è normodotati è difficile essere accettati, si viene visti come diversi». Mamma di un bambino con problemi cognitivi, Giacomo (i nomi sono di fantasia per tutelare i minori), e di sua sorella Natascia, questa giovane donna non ha dubbi: né sul Villaggio, né sul quartiere dove il centro sorge e lei vive, Pianura, periferia di Napoli. «Qui non c’è nulla. I nidi aprono ma durano poco, colpiti dal vandalismo. C’è un parco ma è fatiscente. Non c’è nulla. Anzi no, qualcosa in realtà c’è: il disagio, la camorra e lo spaccio».

Le origini di Pianura
Sorta nella periferia occidentale del capoluogo campano, sito a sud della collina dei Camaldoli, Pianura è stato un comune autonomo fino al 1926, per essere poi assorbito da Napoli. Da centro agricolo diventa un quartiere popolare: prima abitato da operai che scavano, tagliano e trasportano il piperno, la pietra usata per lastricare le strade e i palazzi signorili del capoluogo partenopeo, poi dai metalmeccanici delle vicine acciaierie Italsider di Bagnoli. Nonostante questa connotazione e la cultura fortemente legata al lavoro, la disoccupazione non ha mai smesso di attanagliare questo quartiere.

Lo stravolgimento per Pianura avviene in seguito al terremoto del 1980, quando il quartiere ospita le abitazioni per le migliaia di terremotati sfollati. Diventa un quartiere dormitorio, dove le attività progressivamente chiudono e gli abitanti sono costretti a spostarsi in altre zone della città anche solo per studiare, lavorare o per fruire del tempo libero. Nell’emergenza post terremoto c’è chi capisce che quello è il momento buono per mettere le mani sul quartiere.

Le mani sul quartiere
Dopo l’evento sismico e la legge 219 che finanziava la costruzione di nuovi alloggi proprio per le vittime del sisma, Pianura è infatti diventata una vera e propria terra di conquista per chi voleva una casa popolare post terremoto. Perché gli alloggi sono stati sì costruiti ma immediatamente occupati in modo abusivo. Ciò ha comportato una vera e propria migrazione interna a Napoli con nuclei familiari che si trasferivano verso Pianura in cerca di un portone da sfondare o in abitazioni 

Per i palazzina era il momento perfetto per far partire la speculazione edilizia. 

Se il grande afflusso demografico ha costituito l’esplosivo, il detonatore è stato l’abusivismo degli anni ’80, di cui Pianura fu capitale. Palazzi abusivi, anche con 60 appartamenti ciascuno, sorsero un po’ ovunque. E gli imprenditori vendevano casa principalmente a chi veniva da altre zone della città. 

Un caos urbanistico che ben presto è diventato emergenza sociale, ambientale e igienica. Capire perché è facile: sottoservizi progettati e realizzati per un numero limitato di cittadini non hanno retto all’incidenza di così tante persone. 

Gli effetti di questa congestione si sono visti anche più recentemente con l’introduzione della raccolta differenziata. Dal censimento realizzato dalla Municipalità 9 Pianura – Soccavo con SIA (la partecipata del Comune), è risultato, ad esempio, che in via Campanile risultassero ufficialmente 2000 persone. Mentre in realtà sono 4000. Il doppio. Fortunatamente, nonostante queste premesse non rosee, la raccolta differenziata nel quartiere è passata dal 6 al 40%.

La situazione sociale

Questo assalto alla diligenza con un’impennata di residenti “de facto” a Pianura non poteva non avere effetti anche sull’erogazione dei servizi sociali ed educativi di base di base. Già negli anni Ottanta le scuole non erano in grado di sopportare l’incidenza di bambini e ragazzi. Così è stato necessario fare il doppio turno, ovviamente solo negli istituti comprensivi, perché di scuole superiori a Pianura non ce n’è. 

Un paradosso – il primo – visto che con un numero così alto di studenti in età dell’obbligo non ci sarebbe dovuto essere un problema riempire le classi. Eppure così è: a Pianura scuole che non siano istituti comprensivi non ce n’è, tranne un caso. L’assessore all’Istruzione della Municipalità 9 Pianura – Soccavo, Marco Lanzaro conferma che “le prime più vicine stanno al confine con Fuorigrotta e il Vomero. Abbiamo 5 istituti comprensivi. È una delle conseguenze dalla cattiva politica”. Lanzaro è cosciente che a Pianura mancano tante cose, ma non è uno di quegli amministratori che rimane a piangersi addosso senza far niente, con le mani in mano non sa stare. «Facciamo tanto associazionismo nelle scuole, tante attività extracurriculari. Appena posso concedo spazi alle associazioni sportive di pallavolo, calcio, calcio a 5. Per me questo è fondamentale – spiega – perché il ragazzo quanto più fa sport più sta lontano dalle cattive strade. Mi sono battuto per fare un palazzetto dello sport ma non ci sono ancora riuscito».

Il secondo paradosso, è che Pianura è la municipalità più giovane di Napoli, quella dove più alta è l’incidenza delle bambine e dei bambini da 0 a 6 anni. Ma allora perché proprio qui mancano i servizi per la parte più giovane della popolazione? Quella che esprime la domanda “sociale” più alta? L’offerta, anche dei privati, dovrebbe buttarcisi a capofitto in una situazione del genere. E invece no. “Le scuole e le strutture sportive non sono le uniche a mancare. Non abbiamo nemmeno un cinema», risponde l’assessore. 

Dopo questa descrizione vengono di nuovo in mente le parola di Carla, la mamma di Giacomo e Natascia: “Qui non c’è niente”. E non c’è niente soprattutto per i bambini. 

Pianura, in sostanza, mette i propri cittadini davanti a una scelta. Scappare o reagire. E i napoletani, manco a dirlo, hanno reagito.

Lo scatto d’orgoglio

Lo si capisce entrando in questo quartiere che i suoi abitanti non si rassegnano al disagio sociale, alla sciatteria di tante amministrazioni e alla morsa della camorra, che con la situazione sociale scaturita dall’abusivismo e dalla speculazione edilizia ha avuto gioco facile a insediarsi e prosperare tra questi palazzotti pullulanti di umanità. Quando si entra a Pianura si viene accolti dai volti dei ragazzi dipinti sui muri da Jorit Agoch, uno street artist partenopeo che ha usato i murales per denunciare l’abuso sui minori e il dilagare delle baby gang. Perché tutti vedano, perché tutti sappiano.

E sotto quelle facce campeggia una frase che non lascia adito a interpretazioni:

Gli stati devono adottare ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza”.

Un monito alle istituzioni pubbliche. Come a dire: siamo coscienti, lo sappiamo quali sono le vostre responsabilità. E le vostre mancanze. Le conosciamo tutte. 

Infatti qui l’articolo 11 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia in molti casi è rimasta lettera morta e all’iniziativa pubblica troppo spesso assente o non adeguata ha sopperito l’iniziativa delle delle associazioni, dei volontari, dei privati.

Come le associazioni sportive, di cui parlava l’assessore. O gli stessi cittadini organizzati. O il coraggio di persone come lo stesso Lanzaro, esempio di creatività politica, che ha coinvolto i privati nella cura del decoro del verde pubblico di competenza della Municipalità in cambio di una piccola concessione di spazio pubblicitario di un metro per un metro. «Quando c’è troppo lavoro andiamo in affanno e con i soli dipendenti pubblici non ce la facciamo. Si creano vere e proprie foreste. Così abbiamo inventato questa forma di “adozione”». Tutte le zone sono state affidate. «Vorremmo farlo anche nei parchi – sottolinea – ma il Comune non ci dà la possibilità di dividerlo in lotti e fare degli orti urbani».

Il problema è il verde pubblico di competenza del Comune. Come i parchi, unica alternativa alla strada e luogo di socialità all’aperto per mamme e bambini. Di tre parchi pubblici solo uno è funzionante: il parco Attianese, che durante il giorno è molto affollato. Gli altri due sono la nota dolente: il Falcone-Borsellino, che solo perché intitolato ai due magistrati vittime della mafia dovrebbe essere tenuto come un fiore all’occhiello dall’amministrazione, e invece sono 10.000 metri quadrati di incuria; e il Camaldoli Sud, che oramai è una foresta, visto che nessuno fa manutenzione e pulizia. 

Anche in questo caso la buona volontà è riuscita a fare qualcosa. «Abbiamo inserito il Falcone-Borsellino nella rimodulazione. Dovremmo avere dei fondi per rimetterlo in sesto. Secondo il progetto presentato potremmo avere l’opportunità di usufruire di così tanti ettari di spazio verde», racconta l’attivissimo assessore Lanzaro. 

Sono queste persone, questi amministratori pubblici con un alto senso civico, sono le associazioni ad aver affrontato le questioni sociali e lo sviluppo civile di questo quartiere.

Sono loro a credere che con l’educazione, le buone pratiche, la condivisione si possa cambiare la storia di questo quartiere e dei suoi abitanti. 

Soprattutto dei bambini. Perché il percorso che vuole il passaggio da una situazione familiare di difficoltà economica, sociale, culturale, affettiva ed educativa all’entrata in un baby gang e poi alla criminalità organizzata può essere interrotto. Una storia non è mai predestinata. Un percorso si può cambiare. Con l’amore e l’educazione. 

Ed è per questo motivo che Pianura è stata scelta per ospitare un Villaggio per Crescere.

Il Villaggio per Crescere di Pianura

Tra chi non molla, tra chi reagisce, tra chi lotta ogni giorno con alto senso civico si può annoverare senza ombra di dubbio Daniela Pes, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “Don Giustino Russolillo”. Diviso in tre sedi che accolgono le bambine e i bambini delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, ospita anche il Villaggio, per volontà della sua dirigente. È lei che ha fortemente voluto che anche Pianura avesse il suo Villaggio. Daniela è da a sempre impegnata nella costruzione di una rete sociale per offrire ai bambini e ai ragazzi prospettive di vita diverse e costruttive. Quindi non è un caso che il Villaggio di Napoli sia ospitato proprio in questa scuola. Che è anche un simbolo della lotta al degrado e alla criminalità. «Per alcuni anni abbiamo dovuto fronteggiare minacce costanti, intrusioni continue, atti vandalici che hanno compromesso la sicurezza della struttura e la continuità del lavoro nel plesso», racconta Daniela Pes. La strenua resistenza opposta a queste minacce, la ferma volontà di fare della scuola un presidio resistente di cultura e legalità, un luogo che lotta fattivamente contro le negatività del quartiere, si devono alle azioni intraprese per tutelare il plesso e chi lo vive ogni giorno – bambini, insegnanti e personale scolastico – come «la messa in sicurezza e gli acquisti realizzati per promuoverne la “vita” hanno consentito di allontanare i rischi e di provare a promuovere un’immagine diversa di Pianura. Il Villaggio si inserisce in questa costruzione di “resistenza” attivata per promuovere bellezza, accoglienza, cambiamento virtuoso e ne costituisce la naturale continuazione oltre che una formidabile possibilità per individuare nuove e migliori traiettorie di sviluppo». Azioni che si devono anche alla volontà e alla collaborazione dell’assessore comunale all’Istruzione e alla Scuola, Annamaria Palmieri, che ha permesso che al Russolillo sorgesse il Villaggio.

Il 14 gennaio 2019 è stato il giorno dell’inaugurazione. «Essere un presidio di Un Villaggio per Crescere è per l’Istituto un’ulteriore occasione per aprire le parte dell’agenzia educativa scolastica al territorio. Per poter “essere in presenza” per il territorio. Perché in un luogo come il quartiere di Pianura davvero “per crescere un bambino, ci vuole un villaggio”», spiega la dirigente scolastica.

Il primo a varcare la sua soglia, quando non aveva nemmeno due anni, è stato Marcello. «Ricordo benissimo il primo giorno che l’ho portato», racconta Valeria, sua mamma. «Bellissima l’accoglienza della direttrice della scuola e della coordinatrice. Marcello osservava l’ambiente ed era restio a partecipare. Finché all’improvviso ha iniziato a giocare. Era felicissimo: abbracciava sempre me e l’operatrice Manuela».

Marcello è figlio unico. E per i chi non ha fratelli o sorelle, per chi vive lontano dai cugini relazionarsi con altri coetanei è difficile. Il Villaggio invece consente ai bimbi di relazionarsi tra loro. «È un’opportunità da non perdere, soprattutto un luogo dove a noi mamme vengono dati gli strumenti per stimolare i nostri piccoli. Parlo di me che sono una neomamma e, in quanto tale, sento il bisogno di avere spunti di riflessione, confronto, di gioco che non saprei trovare. Pianura non è un quartiere semplice e come mamma sapere di uscire di casa per portare mio figlio in un luogo sicuro ». 

E un luogo sicuro il Villaggio lo è stato anche per Natascia e Giacomo, i figli di Carla. «Quando ho sentito che apriva il Villaggio è stato un sollievo – racconta – perché quando non si è normodotati è difficile essere accattati. Le altre persone vedono un bambino autistico, un bambino diverso». Invece Giacomo, suo figlio, è semplicemente e innanzi tutto un bambino, come gli altri. «Siamo stati fortunati a trovare una luogo dove lo hanno accettato». 

Giacomo ha delle particolarità. Ad esempio, per lui avere le mani sporche era un problema. Non riusciva a toccare a sopportare la sensazione di sporco. «Era una guerra totale!», esclama Carla riferendosi alle escandescenze del figlio quando per caso si imbrattava le mani. Può sembrare una sciocchezza ma in realtà la questione aveva una certa rilevanza, visto che i neuropsichiatri che seguono suo figlio la sollecitavano per far fare a Giacomo delle manipolazioni con la sabbia, con la plastilina, con la pittura. Esercizi per suo figlio abbastanza complicati ma tutte attività che si compiono al proprio al Villaggio. Ed è qui che Giacomo, giorno dopo giorno è riuscito a superare le sue paure e a prendere confidenza con i materiali. «Ora non gli si riesce a togliere di mano la pittura!».

Questi “scriccioli”, come vengono chiamati dalle volontarie sono il simbolo dell’impegno quotidiano di chi si dedica con passione al Villaggio. «Veder crescere, giorno dopo giorno, un essere umano che è in vita da due anni e che si aspetta, con curiosità, che il mondo lo stupisca è il significato più profondo di quello che facciamo», raccontano le operatrici. 

Insomma, attraverso le manipolazioni, attraverso il gioco, attraverso le storie raccontate e condivise, giorno dopo giorno questi bambini stanno costruendo la loro storia personale. E le storie qui sono importanti. «I bambini hanno bisogno di storie perché, a parte la famiglia, quello che c’è qui non è molto e si ha bisogno di vedere oltre». E le storie riescono a varcare ogni muro, reale, sociale o territoriale.

Mario Gottardi

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