A mia figlia ho detto: “Al parco c’è la tosse”

A mia figlia ho detto: “Al parco c’è la tosse”

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Il 24 febbraio era un lunedì. In quel preludio dell’ultima settimana del mese più corto dell’anno Azzurra doveva fare il suo ingresso al nido. Oggi, ci si avvia a chiudere il mese aprile ma la piccola al nido non è ancora riuscita a metter piede.

«Si è fermato tutto, tutto!», racconta Stefania, 39 anni, sua madre. In pochi giorni niente più libri, niente più giochi, niente più amici, niente di niente. A parte i propri genitori, il televisore, il tablet e le quattro mura di casa. Inizia così, all’improvviso come per tutti, la quarantena per una bambina di quasi tre anni che era abituata a fare almeno due passeggiate al giorno: una per andare in centro, il pomeriggio, e una, la mattina, al Villaggio per Crescere, il centro educativo montessoriano di Torino, dedicato alle bambine e ai bambini da zero a sei anni e ai loro genitori e nonni.

«Al nido – racconta Stefania – hanno deciso di chiudere in via precauzionale appena si è avuta notizia delle prime infezioni». Quindi. ben prima del 9 marzo, data del primo provvedimento di distanziamento sociale adottato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Come tanti italiani, Stefania non aveva inteso la portata di ciò che stava accadendo. «Avevano iniziato a chiudere i parchi. Noi andavamo ancora lungo il fiume, dove c’era poca gente. Poi abbiamo pensato che per la nostra sicurezza era meglio abbandonare anche quella passeggiata solitaria e chiuderci in casa». Ed è in quel preciso momento che la vita di Azzurra e dei suoi genitori sono cambiate.

Il distanziamento sociale

«Ero molto preoccupata perché mia figlia era abituata a uscire». E infatti Azzurra nei primi giorni di clausura, accusa il colpo. Guarda le foto sul computer dei suoi giochi, dei libri letti al Villaggio, dei suoi luoghi e alla mamma dice “è tanto che non andiamo al parco”. Stefania allora non ha potuto fare altro che trovare un modo per far rendere comprensibile la pandemia a una bambina così piccola: «Le ho detto che al parco c’è la tosse».

La tosse, demone che colpo dopo colpo ha conquistato il pianeta e ridotto la vita a un universo racchiuso in quattro mura ai bambini e ai loro genitori.

Al di fuori di casa, l’unico rifugio sicuro è il cortile interno del palazzo. È qui che Azzurra prova a sgranchirsi un po’ le gambe. Un giro in tondo in bicicletta o con il monopattino o i giochi con i gessetti sono le uniche attività consentite. Poco per lei, che in bici era abituata a fare chilometri ogni giorno.  «Risalendo a casa una volta abbiamo incontrato un bambino – racconta la mamma – Azzurra voleva andare da lui ma l’abbiamo fermata. Lei allora si è voltata ci ha chiesto “qui non c’è la tosse, perché non posso andare?”. Non sapevamo cosa risponderle».

La reclusione e le sue conseguenze

In casa, Stefania, Azzurra e Andrea, suo papà, hanno cercato di riprodurre la vita che prima facevano al di fuori delle mura domestiche . «Abbiamo fatto tante attività che facevamo al Villaggio o che altre mamme o gli educatori ci fanno vedere nelle chat». Preparare “il caffè”, leggere i libri assieme, esplorare, ascoltare e cantare le filastrocche e costruire qualsiasi cosa. «Noi genitori in quarantena quando vediamo un rotolo di carta igienica finito lo mettiamo in una teca per futuri lavoretti: lo sappiamo che tornerà utile. Anche perché con i negozi chiusi, le librerie chiuse, bisogna arrangiarci». Rotoli che poi, anche di recente, per Pasqua, si sono rivelati preziosissimi per preparare i coniglietti di cartone.

È in questi momenti che rivela la sua importanza lo spirito di comunità costruito giorno dopo giorno al Villaggio. Chat e videochiamate collettive riescono a far sentire meno soli i bambini e i loro genitori, anche se solo per qualche ora. 

Il vero problema è far fronte alle incombenze che la vita domestica richiede, come preparare il pranzo, pulire, organizzare il lavoro a distanza e allo stesso tempo riuscire a impegnare i bambini in attività utili e proficue per tutte le ore che rimangono svegli.

«All’inizio è stata difficile. Qualcuno ha iniziato a chiamarla situazione di emergenza. Ho letto di incidenti domestici. In un primo momento sono rimasta perplessa, poi ho capito a cosa si riferivano: non è umano stare 12 ore di fila attenti a ciò che può fare un bambino. Mi preoccupavo».

Ma non sono state solo queste le ripercussioni della quarantena nella vita di Stefania, Azzurra e Andrea. «La variazione del sonno, è un altro esempio». Un problema che accomuna tante persone, «e che ci ha scombussolato. E poi la tv: se prima ne guardavamo pochissima, al massimo un’ora suddivisa in vari momenti della giornata, oggi nei giorni negativi si arriva anche a 2 ore e mezza. A volte tre. E non va bene». 

La tecnologia

Se il suo uso eccessivo danneggia, la tecnologia è stata comunque salvifica in questa quarantena. Dall’inizio delle restrizioni è progressivamente cambiato il rapporto che si aveva con il digitale e con gli strumenti elettronici. «Arriva un momento in cui devi fare altro oltre che badare ai figli», racconta Stefania, «e allora YouTube o i cartoni animati ti salvano: perché non posso stare sempre e solo con lei».

Se negli ultimi anni il digitale è stato utilizzato soprattutto per divertimento, in modo a volte compulsivo e negativo, oggi invece si assiste quasi a un ritorno alle origini nell’utilizzo di Internet. Cioè a quel periodo in cui lo scopo della rete era davvero mettere in relazione le persone e dare alla massa accesso a documenti, strumenti educativi e prodotti culturali prima difficilmente accessibili. Se questo accesso allora era riservato per lo più a chi aveva competenze tecniche, oggi invece è facilmente fruibile da tutti. E così vediamo l’utilizzo in massa di tutorial per realizzare pane, pasta, dolci in casa, lavori di bricolage. Impiegati, funzionari, manager e insegnanti che lavorano da casa. Videoconferenze di famiglia. Impensabile fino a poco fa. 

Ed è proprio grazie alle videoconferenze che Azzurra e la sua famiglia riescono ad avere un surrogato di socialità con i loro amici, i loro parenti. Tra cui, i nonni. 

«Siamo stati in Molise, dai miei genitori – spiega Stefania – per due settimane a inizio marzo. Poi quando il Governo stava per chiudere tutto siamo tornati a Torino». E così anche il rapporto con i nonni si è interrotto bruscamente. I genitori della mamma, infatti, non hanno internet a casa, e così i rapporti si tengono con le telefonate e, meno spesso, con le videoconferenze. Sempre e solo via telefono. 

«Il viaggio in Molise ha distanziato moltissimo Azzurra dalla sua routine». E anche da quello scampolo di socialità che le rimaneva oltre quello con i suoi genitori. 

L’aspetto forse più inquietante della quarantena è proprio quest’ultimo. «Io nel Villaggio ho visto un luogo dove Azzurra poteva socializzare, una dimensione di relazione con gli altri bambini. Perché mia figlia è una bambina intelligente ma un po’ introversa. Ogni volta che siamo andati al Villaggio, anzi, alla “ludoteca nuova”, come lo chiama lei, è stato come mettere un soldino nel salvadanaio della socialità. Le serve, le serve tantissimo».

Per questo Stefania ha sperato nella petizione rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, alla ministra per la Famiglia, Elena Bonetti, alla Garante per l’Infanzia, Filomena Albano, e al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella per inserire nei provvedimenti legati a mitigare gli effetti sociali del Covid-19 anche azioni rivolte esplicitamente all’infanzia. «Mi sono sentita meno sola credo sia stata utile per lo meno per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema che ha risvolti psicologici importanti».
Che ci saranno anche nella cosiddetta fase 2. 

Mario Gottardi

Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay 

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